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Una gita a...

Lunedì, 17 Novembre 2014 13:18

Metti un giorno a Pietrasanta

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Se c'è qualcuno a cui il detto "una ne fa e cento ne pensa" calza a pennello, questo è senz'altro lo staff di MdS Editore. Chiunque s'imbatta, per scelta o per destino, nella irrequieta pattuglia capitanata da Sara Ferraioli, infatti, si trova ben presto risucchiato in un vortice d'iniziative, eventi, premiazioni e presentazioni, aperilibri, cene letterarie, visite museali, incontri con gli autori, cacce ai poeti, tiri allo scrittore e duelli all'alba a colpo di tomi da cinquecento pagine nella testa. Un vero e proprio pellegrinaggio nel mondo dei libri a cui è impossibile, non fosse altro per l'entusiasmo trascinante, sottrarsi.

È successo così anche a me, e dunque Sabato scorso ho accolto l'ennesimo invito della super Presidente e mi sono diretto verso Pietrasanta, dov'era in programma l'inaugurazione della mostra di fotografie e acquerelli figlia del concorso letterario e figurativo "TraMare", un'altra delle tante idee di MdS. Per chi non la conoscesse, va detto che Pietrasanta è una splendida cittadina dell'entroterra lucchese. Incastonata fra le Alpi Apuane e il mare della Versilia, offre un centro storico curato e elegante che dalla grande piazza del Duomo, dove a farla da padroni sono la cattedrale e la chiesta di Sant'Agostino, si sviluppa poi in una piccola ragnatela di vicoli e viuzze affollate di gallerie d'arte, istallazioni, negozi d'antiquariato, enoteche e ristoranti pittoreschi, che attraggono frotte di visitatori in ogni periodo dell'anno. A meno che, naturalmente, le condizioni climatiche non siano quelle di sabato 15 novembre 2014. Come l'ambigua espressione "allerta meteo" strombazzata da tv e giornali aveva vagamente lasciato intendere, infatti, quello che mi accoglie una volta raggiunta la mia meta è un clima da tregenda: pioggia fitta, vento ghiaccio di traverso, pozzanghere ovunque, giovani donne vestite di nero che agli angoli delle strade gridano "penitenziagite!" facendosi il segno della croce. Non voglio essere frainteso: è comunque un ambiente accogliente e confortevole, ma a patto che tu sia una rana. Deciso a non darla vinta agli scherzi di Giove pluvio, lascio la macchina e mi dirigo indomito verso il chiostro di Sant'Agostino - un posto di una bellezza che “intender non la può chi non la prova” -, dov'è allestita la mostra.

Per le strade nessuno, salvo un'allegra comitiva di tedeschi visibilmente alticci che, incuranti della pioggia, ridono e scherzano fra loro, cianciando a voce alta. Non conosco il tedesco, ma quando gli passo accanto ho la sensazione che un giovanotto dalla sfumatura alta sussurri qualcosa tipo “juden”, “lager” e “arbeit macht frei”, suscitando grande ilarità e pacche sulle spalle. Passo oltre e giungo infine a destinazione. Nonostante il mio ombrello da pirata – il manico è infatti l'elsa di una sciabola – sono mezzo fradicio e nelle scarpe mi si è formato un piccolo stagnetto dove vivono creature anfibie che si credevano estinte alla fine del Pleistocene. Il tempo di salutare gli altri avventurosi e mi accorgo di aver lasciato il telefono in macchina. Parte un rosario d'imprecazioni che fa vacillare le possenti mura della chiesa di Sant'Agostino e incrina un paio d'acquasantiere, poi affronto di nuovo la bufera. Incontro ancora i tedeschi. “Zyklon B!” e giù risate. Quando ritorno alla mostra le mie scarpe sono un ecosistema perfetto. Ad ogni modo non mi perdo d'animo e insieme agli altri mi accomodo nella bellissima sala Grasce, dove di svolge la conferenza di presentazione della mostra.

Nonostante il clima infausto c'è un buon numero di persone e gli interventi sono interessanti. Almeno finché non prende la parola uno dei giurati del concorso per acquerelli. Professore all'accademia di belle altri, il nostro si rivela subito persona competente e profondamente amante dell'arte figurativa, solo che per introdurre il suo ragionamento sui criteri adottati per selezionare il vincitore la prende un po' alla larga e inizia parlando delle pitture rupestri del dodicesimo secolo avanti Cristo. Dopo cinque minuti di dissertazione una signora in prima fila russa sonoramente. Dopo dieci si libera anche di un po' d'aria che le era rimasta nella pancia. Temo una strage per assopimento collettivo, ma d'improvviso il dibattito si rianima. Una delle partecipanti al concorso, a suo dire non compresa appieno dalla giuria nella sua espressione artistica, ingaggia infatti un duello dialettico col professore a proposito di cosa si possa cogliere o non cogliere nel suo pescatore acquerellato dall'alto. Lei è determinata e combattiva, lui trattiene a stento l'impulso di darle una ciaffata e ribaltarla dalla sedia, io rido come una iena e non vedo l'ora che scorra il sangue, ma purtroppo interviene Silvietta la moderatrice a placare gli animi, e tutto finisce a tarallucci e vino. Peccato.Per fortuna ci pensa la mia amica Francesca a scaldare di nuovo la platea. Quando viene chiamata per leggere un brano del suo racconto è come se si fosse appena svegliata dal letargo o fosse stata contagiata dal morbo delle valli. S'avvicina al palco barcollando solo dopo il terzo richiamo, poi nell'ordine non trova: gli occhiali da vista, l'indice del libro, il suo racconto all'interno del volume. Tenta vigliaccamente di leggerci un acquerello, ed è a quel punto che Silvia, giurata della sezione narrativa, interviene per ricollocarla nel nostro spazio-tempo. Poco dopo è il mio turno di ammorbare il pubblico con qualche pagina del mio “diario di bordo”, inspiegabile primo premio del concorso. Cerco di vincere la mia genetica tendenza a leggere con la velocità di uno che ha a disposizione venti centesimi di credito telefonico per dire ai suoi cari che è rimasto in panne con la jeep nel deserto del Gobi, ma non è facile, anche perché ho la sensazione che mentre io leggo ci sia qualcuno in sala che sta giocando a “Fruit Ninja” sul telefonino; così cerco di terminare in fretta per tirargli addosso una copia dell'antologia, ma quando vengo a capo del mio intervento l'infame ha finito la sua partita e non riesco a individuarlo. Ho però dei forti sospetti sull'unico bambino presente in sala, che infatti cerco a più riprese di sgambettare mentre scendiamo le scalette di pietra che ci riportano nella galleria in cui sono esposte le opere. A quel punto, comunque, é il momento del brindisi: i tappi saltano e gli animi si riconciliano col mondo. Colpisco inavvertitamente la testa del bambino con una bottiglia di spumante, ma sono cose che possono capitare. E' ormai sera e gli ospiti s'allontanano alla spicciolata.

Restiamo solo io, Silvia, Carmine, Fabio, Cristina e Sara con Bau al seguito. Si può concludere una giornata del genere senza una cena accompagnata da generose gottate di vino bono? Non sia mai! E così vaghiamo per un po' per una Pietrasanta umida e deserta, ma comunque suggestiva, e infine ci fermiamo al Ristoro il Giglio, accogliente osteria nel cuore della città. S'inizia con un valzer di salumi e formaggi nostrali, seguito da un peposo cucinato in modo sublime. Va meno bene a Carmine, a cui servono un controfiletto di manzo frollato intorno alla fine del quindicesimo secolo e macellato, si dice, da Lorenzo il Magnifico in persona. Il personale però è estremamente gentile e solerte nel rimediare alla piccola debacle, con eleganza e prontezza riconduce Carmine sulla via del peposo e così alla fine siamo tutti contenti, complici due bottiglie di un vermentino nero delle alpi apuane che scivola in bocca con la disinvoltura di una mentina. Arrivo a casa e prima di cedere a un Morfeo completamente ubriaco penso due cose: la prima è che giornate come queste rinfrancano nel corpo e nello spirito; la seconda é che se anche il prossimo evento fosse previsto in una zona dove si sta per abbattere l'uragano Katrina io andrei lo stesso, perché questi di MdS sono davvero forti!

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