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Necessità movimento

Domenica, 07 Febbraio 2016 17:08

Ancora 30’ per battagliare

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Mi piacerebbe che qualcuno mi scattasse una foto da dietro mentre corro, soprattutto mentre corro sulla neve. Questo, ovviamente, non può succedere se non per caso ché nessuno ci viene a imprimere le sue zampe su manti di panna e Sisco non ha certo gli zoccoli prensili!

Il punto è un altro: non ci crederete quando vi dirò da quanto tempo non correvo, da quanti giorni ricacciavo dentro me stessa tutto il male, da quanti cieli sono cambiati costringendomi ad inglobare il negativo, ad annodare matasse imbrogliate dentro la mia testa. Quella mente testarda ed abitudinaria che mi appartiene non ce la fa a concedersi all’oblio di tristi e noiosissimi palliativi dai nomi più vari: cyclette, crossfit, addominali, pesi e compagnia varia. Che roba è ‘sta roba che ti costringe a rimanere ferma sul posto, chiusa in una stanza, oppressa da quattro mura, una porta e un mero aggeggio che prova a rendere lo scorrere terribile del tempo meno lento e logorante? Il ragionare non si snoda, si addensa e si annida incrostando gli spazi del pensiero libero, dell’intelligenza, della luce, della memoria.

Quando corro mi vengono le idee più geniali di sempre, risolvo i problemi, trovo le soluzioni. Parlo con me stessa.

Non correvo da 12 giorni, mi vergogno anche a dirlo. E tutto ne ha risentito: il mio intestino, il mio colorito, il mio sorridere, i miei rapporti con gli altri. Tant’è che ieri sera mi sono coricata direttamente con l’abbigliamento adatto, giusto per non perdere tempo; stamattina mi sono alzata prima del solito per essere pronta ad infilarmi quel gioiello di scarpe dimenticate e tristi in un angolo della mia stanza; il cielo non mi ha fatto altre brutte sorprese e…ciao, arrivederci a tutti, non so quando tornerò.

Via. Di corsa, correndo, assaporando tutti i passi in avanti, tutti i centimetri di asfalto libero dalla neve, tutti i balzi da una parte all’altra per evitare di scivolare sul ghiaccio, ogni singolo affondare nella neve tra il soffice e lo spumoso, mentre le anche iniziavano a sentirsi e i piedi rimanevano asciutti, protetti da quel rapido immergersi e venir fuori dal bianco; e, ancora, di corsa in quella discesa libera che mi offre sempre una vista irriverente e promiscua. L’Etna alle spalle, i Nebrodi di fronte. Racchiusa da una fortezza d’ineguagliabile potenza, mi sciolgo in un urlo stridente.  E scarico jeb e diretti fendendo l’aria, provando a colpire i miei demoni, a cacciarli via, a ferirli e distruggerli. È l’occasione perfetta. Se ne vanno per un po’, allontanandosi dalla mia mente e lasciandomi continuare a mettere un passo avanti l’altro, a imprimere le mie orme sul corridoio che porta a Iazzitto, a scansare le pozzanghere in cui ci si può specchiare. Ce n’è alcune che appaiono come laghi ghiacciati, come vetri lineati in cui mi vorrei fiondare per ridurre quei pezzi di puzzle in polvere. Ma sono proprio bellissimi e i demoni non li sento più. Continuo a correre fino al traguardo. Defatico, vado nell’orto, faccio dell’altro. E sento di nuovo l’inferno di quei figli di Satana che ritornano all’attacco. Bene, devo continuare a correre: era una dose effimera quella iniettata poc’anzi.

Ancora 30’per battagliare. Ancora. Mi servono come null’altro, mi placano e mi aizzano, mi esaltano e mi rilassano. Se esiste in laboratorio, in farmacia o altrove una sostanza simile all’endorfina…non me ne frega niente lo stesso. Io ho la corsa.

 

Marzia Scala

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