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Zampa che ti passa! Lunedì, 01 Febbraio 2016 12:51

El Rocio. Un ricordo del “paese dei cavalli”

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Gli spostamenti si fanno in auto, al mondo d’oggi. Si calcola il tempo necessario, traffico permettendo, si sale sulla nostra quattro ruote e si schiaccia l’acceleratore, un gioco da ragazzi. Auto, tante auto, e poi autobus, scooter e moto, anche se qualche nostalgico (per fortuna son tanti) non rinuncia alla bicicletta. Ma per lo più, ci si sposta con la macchina, o con i “mezzi” appunto.

E se non ci fossero le macchine? Se, all’improvviso e per magia, le auto sparissero… e anche le strade asfaltate? E se… se ce ne andassimo tutti in giro a cavallo? Che meraviglia, ve lo immaginate?

Bè, non credevo potesse esistere un posto così, se non nei miei sogni o sul set di qualche film d’epoca, e invece mi sono dovuta ricredere.

Un’estate decidemmo di fare un giro in Andalusia. Siamo partiti con macchina e tenda all’avventura: niente prenotazioni, niente programmi precisi, ci fermiamo dove ci pare, questo era lo spirito del gruppo. In realtà – come spesso succede – abbiamo capito alla svelta che il ‘gruppo’ uno spirito unitario non ce l’aveva.

Ammetto che la più “pretenziosa” ero io, perché volevo vedere i cavalli. E quando mi metto in testa una cosa…

E comunque, non si può andare in Andalusia e non vedere, toccare, montare, annusare cavalli. Questo non potevo concepirlo. Va bene la tenda, vada anche per i panini al volo, le tappe mordi e fuggi per visitare più città possibili, ma senza cavalli no, non se ne parla proprio.

Avevo sentito parlare di un piccolissimo paese, un puntino sulla cartina, ma una meta sicura e precisa nelle mie idee già prima di partire: i miei genitori c’erano stati e ne raccontavano meraviglie. A quella non c’avrei rinunciato per niente al mondo!

E così, arrivati a Siviglia, decidemmo di separarci dagli altri per concederci una breve gita fuori porta e ritrovarci in serata a Jerez de la Frontera, altra tappa per me indiscutibile, per via della Real Escuela Andaluza del Arte Equestre: visitarla e vedere lo spettacolo di alta scuola meritava da sé tutto il viaggio.

Partimmo appena al’alba, dunque, io e il mio fidanzato (che poi è diventato mio marito): destinazione El Rocio.

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Un po’ ci spiacque dedicare poco tempo a Siviglia, ma avevamo la netta sensazione che non ce ne saremmo pentiti.

Dirigendoci verso sud-ovest si arriva dopo un breve viaggio nei pressi del parco naturale del Coto Doñana, alla cui estremità, all’interno del grande delta del Guadalquivir, si trova questo minuscolo, ma davvero unico paese.

El Rocio è tanto piccolo quanto famoso in tutta la Spagna, per una festa antica che, durante i giorni della Pentecoste, vede riunirsi migliaia di persone: giunte in pellegrinaggio da ogni dove, a piedi ma soprattutto a cavallo e in carrozza, omaggiano la “Vírgen del Rocio”. La leggenda narra che la Madonna (chiamata da quell’episodio “Blanca Paloma”) sia apparsa a un cacciatore nel tronco di una quercia: da questa apparizione trae origine la festa. Sono più di cento le confraternite (hermandades) che nel periodo di Pentecoste si riuniscono nel grande piazzale davanti alla chiesa per la sfilata, ma una sola di esse (quella di Almonte) ha l’onore di portare in processione la statua della Madonna, riccamente vestita di raso. Si dice che in occasione della Romeria (pellegrinaggio), a El Rocio non si riesca a scorgere neanche un centimetro quadrato di terra, talmente tanta è la gente che si accalca; e poi i cavalli, i carri, le chitarre, i costumi, i cibi annaffiati di jerez tinto…

Peccato che questa meravigliosa festa cada tra la fine di maggio e l’inizio di giugno e noi siamo al 16 di agosto – ci diciamo arrivando, e in effetti ci aspettiamo di trovare poca gente. Per un certo verso, meglio.

Parcheggiamo fiduciosi appena fuori dal paese, perché la prima sorpresa è che qui l’ingresso alle macchine, e ad ogni mezzo a motore, è vietato.

Le strade non sono asfaltate, infatti, ma di terra battuta; le case, bianche e basse, hanno sulla parte anteriore, che dà sulla strada, una staccionata che pare fatta apposta per… ma sì, eccone uno!... Per legarci i cavalli! Basta guardarsi intorno qualche attimo per capire il motivo per cui le auto non sono ammesse: qui il mezzo di locomozione non va a benzina… ma a fieno!

Che bellezza! Incontriamo persone in villeggiatura; quasi tutte spagnole, però, non ci sono turisti che vengono da fuori: a quanto pare siamo gli unici italiani in circolazione. La gente ci guarda, ci saluta amichevole e facendo quattro chiacchere in giro – di certo agli andalusi non manca il dono di attaccar bottone e neanche a me – ci facciamo indicare un posto dove poter trovare dei cavalli per una passeggiata. Ci accordiamo con un ragazzone che ci farà da guida all’interno del paese e nelle immediate vicinanze. Ci cambiamo al volo e siamo pronti per andarcene a zonzo per le strade. Siamo felici matti, è davvero incredibile la sensazione: sembra di stare nel Far-West! La nostra guida ci spiega come funzionano le cose qui: molti spagnoli affittano una casa, o ce l’hanno di proprietà, portandosi i propri cavalli – ogni abitazione ha nella corte interna la stalla con dei box – e ci passano l’estate.

Uscendo dal paese ci facciamo una goduriosa galoppata anche se fa caldissimo. La guida ci spiega che ci troviamo esattamente a fianco di un parco naturale che, per le caratteristiche descritte, mi sembra simile al nostro parco di San Rossore.

Il parco di Doñana è una delle regioni paludose più importanti d’Europa, i suoi 500 chilometri quadrati di area protetta (oggi in parte regionale e in parte nazionale) per 900 anni sono stati riserva di caccia nobiliare. Anche per questo è stato possibile conservare intatta la sua meravigliosa natura: milioni di uccelli di ogni specie svernano e nidificano qui, indisturbati.

Ci sono anche delle mandrie brade di bovini, ci indica la guida: in alcune occasioni di festa i ‘butteri’ del posto si inoltrano all’interno del parco e spingono verso il paese il bestiame che si riversa per le strade (agli spagnoli, purtroppo, piace parecchio l’idea di far correre le mucche per le strade…).

Si è fatta l’ora di pranzo e rientriamo dalla nostra, seppur breve, piacevolissima passeggiata. Avevo visto, passando, un piccolo negozio di articoli da equitazione, spero sia ancora aperto perché voglio proprio entrarci! La fortuna mi assiste e non resisto alla tentazione di comprare un bellissimo paio di stivali, proprio come quelli che si usano nella doma vaquera. Uscendo incrociamo lo sguardo di una ragazza che ci aveva visti entrare nel negozio. Sorride.

– Siete italiani… – accenna.

– Sì… si vede così tanto? – le rispondo ricambiando il sorriso.

– È che non ne capitano tanti qui. Io sono Elisabetta, piacere.

Ci diamo la mano e in men che non si dica ci ritroviamo invitati a casa sua per l’aperitivo, niente discussioni. Elisabetta vive a Saragoza con Ricardo, che fa il medico; vengono qui ogni estate in vacanza. Ci invitano a entrare in una delle casette bianche che si affacciano sulla strada vicina al negozio, che fortuna ero davvero curiosa di vederne l’interno. C’è un bel fresco. L’arredamento è semplice, ma molto accogliente. Ci mostrano anche il retro: una piccola corte su cui si affacciano dei box, che loro però non utilizzano perché, rarissima eccezione per chi sceglie questo paese come meta, non hanno con sé dei cavalli. Vengono qui semplicemente per riposarsi, c’è una gran pace e, a parte il ticchettio degli zoccoli e qualche chitarra, per strada non si sentono altri rumori. Il mare poi è vicino, un paio di chilometri, e la spiaggia deserta, all’interno del parco, è bellissima.

Ricardo affetta salame e formaggio (io salto il salame, ma mi mangio il formaggio!), mentre Elisabetta ci offre del vino bianco fresco; noi ci scusiamo per l’intrusione, ma neanche in maniera troppo convinta: in realtà ci sembra di stare a casa di vecchi amici. Chiacchieriamo un po’, ci raccontano la loro storia, poi ci consigliano un posto dove pranzare.

– Però non vi spaventate per l’apparenza – fa Elisabetta – è un po’ sporco e il locale non è granché, ma si mangia davvero bene.

Ci salutiamo con affetto, ci scambiamo indirizzi e-mail e telefoni, come se ci dovessimo rincontrare la settimana seguente. Appena si esce, la calura delle due ci colpisce in testa, o forse è stato il vino bianco… Non è difficile rintracciare il posto, il paese è piccolo e i locali aperti sono pochi: qui il turismo di massa non è ancora arrivato, grazie a Dio, e a parte nei giorni della Romeria non ci sono grandi folle. Entriamo nel ‘ristorante’, che sembra più uno scalcinato bar: in effetti non bisogna essere tanto schizzinosi, per sedersi a un tavolino lì dentro. Ma, per quel che ricordo, dalla fame non ci siamo neanche lavati le mani e ci siamo sbafati tutto quello che il cuoco ci preparava, poggiando dei piatti di legno sul bancone e gridando senza tanti complimenti: – Niña, toma esto plato! – perché mi alzassi e me lo andassi a prendere.

Il tempo vola via senza fretta, ma inesorabile, anche in questo angolo di paradiso. Vorremmo restare qualche giorno, davvero un gran peccato dover ripartire… ci piange il cuore e quasi non ce ne facciamo una ragione.

Poi penso però che la prossima tappa è Jerez, dove di nuovo ci aspetta un ‘fuori programma’ rispetto agli altri: la visita alla scuola e lo spettacolo che mostra a tutto il mondo “como bailan los Caballos Andaluces”, una vera meraviglia che lascia senza fiato. I numeri più classici dell’alta scuola spagnola, cavalli che danzano a ritmo di musica, che paiono un unico corpo e una sola anima con il loro immobile cavaliere che, tra parentesi, ti domandi come cavolo faccia a impartire i comandi all’animale, senza muovere nemmeno un muscolo del viso. E poi il carosello con la musica travolgente, e poi la doma vaquera molto simile al lavoro dei butteri della nostra Maremma…

E così, davvero a malincuore, ci avviamo verso la macchina, voltandoci spesso indietro. Ci passa accanto un bellissimo stallone che, come a ringraziare per il nostro sguardo estasiato, muove un passo di danza, mentre il suo elegante cavaliere china il capo sfiorandosi appena, con la mano destra, il cappello: pare darci l’arrivederci…

Prima di raggiungere l’auto ci giriamo ancora, a infilare lo sguardo un’ultima volta tra quelle strade polverose e ‘attutite’, tanto per essere sicuri che “il paese dei cavalli” esiste davvero, e questa indimenticabile giornata non è stata solo un sogno.

* questo testo è tratto, con poche variazioni, dal mio libro Carosello in San Rossore (Equitare editore)

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