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Sabato, 21 Dicembre 2013 15:47

Asino chi legge (prima parte)

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Fino a non molti anni fa, la dislessia era un disturbo poco conosciuto, per non dire del tutto sconosciuto.

Il bambino dislessico era considerato dalla diverse agenzie sociali (scuola, famiglia ecc.) un “asino”, uno “stupido” o, nel migliore dei casi, “un vagabondo”.

Il bambino dunque, oltre alle proprie difficoltà, si trovava stigmatizzato dalla comunità di appartenenza che attribuiva gli scarsi risultati scolastici ad un problema di “cattiva volontà”.

L’ambiente così, invece di rinforzare le sue potenzialità, non faceva che aggravare la situazione con reazioni da parte del piccolo scolaro che spesso sfociavano in vere e proprie “fobie scolari” sino ad arrivare ad un precoce abbandono scolastico.

Da toscana verace, amo molto la fiaba di Pinocchio; studiando i disturbi di apprendimento mi sono chiesta, forse giocando un po’ troppo di fantasia, se Pinocchio e Lucignolo non fossero stati, in realtà, due bambini con difficoltà scolastiche ai quali, però, sono toccati in sorte due destini molto diversi.

Mentre Pinocchio, infatti,  aveva dalla “sua parte” la Fata, il babbo Geppetto e il Grillo parlante che, nonostante tutto, lo amavano e lo sostenevano anche nei momenti di debolezza, Lucignolo non aveva  alcuna figura adulta di sostegno.

Finisce così che mentre Pinocchio supera le proprie difficoltà e si trasforma in un bambino in carne ed ossa (anche un po’ troppo inquadrato, ma questa è opinione personale  del tutto arbitraria) Lucignolo si trasforma in asino e la sua condizione sarà quella di schiavo del più forte che lo sfrutterà sino alla drammatica fine.

Fortunatamente, nell’ultimo decennio, la dislessia evolutiva ha attratto un  crescente interesse nel mondo della scuola, dei servizi sanitari e, più in generale, dell’opinione pubblica.

Con il termine  “dislessia” si intende solo uno dei quadri clinici che fa parte dei disturbi specifici di apprendimento (DSA).

Che cosa sono i DSA? Un insieme di quadri clinici caratterizzati da significative difficoltà nella acquisizione di una o più abilità scolastiche.

Spesso queste difficoltà sono presenti contemporaneamente, anche se non necessariamente con la stessa intensità.

L’incidenza dei DSA è piuttosto alta nella popolazione scolastica: nel primo biennio della scuola primaria il 20 % dei bambini presenta delle difficoltà di apprendimento anche, fra questi, solo un 3/4 % evolve in un specifico disturbo di apprendimento.

I DSA consistono in difficoltà selettive nella scrittura, nella lettura e nel calcolo.

Il principale criterio diagnostico utilizzato nei DSA è la disomogeneità tra intelligenza ed apprendimento; i bambini che presentano questi disturbi, infatti hanno prestazioni scolastiche inferiori al livello atteso in base al loro quoziente intellettivo (QI).

Quando si può parlare di DSA?

 Lo si può fare in presenza di capacità cognitive, opportunità sociali e relazionali adeguate e in assenza di deficit sensoriali (cecità, sordità…), neurologici  e disturbi psicologici primari.

Perché un bambino intelligente, sano, cresciuto in un ambiente stimolante presenta questo tipo di disturbo? Quali sono le cause?

Le ricerche più recenti confermano l’ipotesi di una base biologica e genetica seppure, a tutt’oggi, non ne siano stati precisati i meccanismi esatti.

Secondo lo psicologo Giacomo Stella “il difetto funzionale è riconducibile ad una base biologica senza affermare che si tratti di una malattia o di una lesione” .

Come sopra accennato, l’ambiente contribuisce in modo significativo nell’amplificare o nel contenere il disturbo.

Un fattore fondamentale per una positiva evoluzione del bambino con DSA è l’identificazione precoce dei segnali di rischio già ravvisabili nella scuola dell’infanzia.  Fra questi ricordiamo: disturbi linguistici (il bambino ha iniziato a parlare tardi e/o  al momento della valutazione possiede una competenza linguistica inferiore all’età cronologica), difficoltà di memoria (verbale, visiva ecc.), difficoltà grafo-motorie e di coordinazione occhio-mano, difficoltà nell’orientamento spazio-temporale, familiarità (il 65% dei bambini con DSA ha parenti che presentano o hanno presentato disturbi di apprendimento).

I disturbi specifici di apprendimento possono essere classificati in: disturbi della scrittura, del  calcolo e della lettura.

I disturbi della scrittura sono , a loro volta, classificati in : disgrafia, disortografia e disturbo dell’espressione scritta.

Per quanto riguarda la disgrafia, essa consiste in uno scarso controllo del gesto grafico. La calligrafia appare poco chiara, disordinata e difficilmente comprensibile; può accadere che risulti così alterata formalmente da risultare inintelligibile persino al bambino stesso il quale può non essere in grado di rileggere ciò che ha scritto.

Essa può presentarsi isolatamente o insieme a disortografia.

La disortografia, invece, consiste nello scarso controllo, in fase di scrittura ,delle regole ortografiche della lingua. Il classico esempio è quello del  bambino che scrive “sono andato a Roma”  con ”l’acca” o  non sente le doppie o compie le cosiddette “fusioni illegali” (ad esempio scrive “lelefante”).

Il disturbo dell’espressione scritta, infine, è un disturbo generale della scrittura che si evidenzia nelle composizioni scritte (i cosiddetti “pensierini” o, in età più avanzata, i “temi”).

Per quanto riguarda i disturbi del calcolo essi consistono in difficoltà nell’organizzazione della cognizione numerica (riconoscimento immediato di piccole quantità, semplici calcoli a mente…) e/o nelle procedure esecutive (incolonnamento, lettura e scrittura dei numeri…).

La soluzione dei problemi matematici, in genere, è buona  grazie al livello cognitivo nella norma di questi bambini. Essa tuttavia può essere compromessa da un eccessivo impegno del bambino nel calcolo o, se il bambino presenta un disturbo di lettura, da difficoltà nella decodifica del testo del problema.

(fine prima parte)

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