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Moi Je Joue

Martedì, 18 Novembre 2014 13:19

Il disprezzo

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Il disprezzo - 5.0 out of 5 based on 3 reviews

Il 1934 è stato un buon anno per il cinema e la moda. Già abbiamo festeggiato gli 80 anni di Giorgio Armani, di Sofia Loren, poi si aggiungono Judi Dench, Maggie Smith… e lei, la bionda numero uno, che da il nome anche a questa rubrica… BB. Brigitte Bardot, un’icona di stile e sensualità ha compiuto il 28 settembre 80 anni. La sensualità l’ha lasciata agli anni ‘70, la passione per gli animali ha preso il posto di quella per la moda, ma è sempre lei, l’inconfondibile diva dai grandi occhi truccati di nero.

Questa rubrica prende il nome da una sua canzone, “Moi je joue”, per l’appunto, tratta dall’album B.B. del 1964: dal 1962 l’attrice inizia ad affiancare alla carriera cinematografica quella musicale. La canzone è diventata anche la colonna sonora del profumo Miss Dior di Christian Dior.

Vita movimentata quella della Bardot, molte relazioni complicate, molti scandali, l’abbandono del cinema per dedicarsi all’attivismo per i diritti degli animali. Io vorrei ricordare, senza levare importanza alle raccolte fondi, alle proteste di cui si occupa ora, della sua gioventù sfiziosa, dell’attrice maliziosa che in “Il disprezzo” (1963), di Jean-Luc Godard, recita quasi creando un personaggio che impersona l’inarrivabile Brigitte Bardot. Un film da vedere assolutamente in una di queste sere fredde e piovose. Di certo non vi migliorerà l’umore, ma arricchirà il vostro bagaglio di un capolavoro che tratta l’amore da una prospettiva nuova rispetto ai canoni dell’epoca. Tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, il film è diventato una perla della nouvelle vague francese. Paul (Michel Piccoli) è uno scrittore sposato con Camille (Brigitte Bardot) e si offre di correggere la sceneggiatura di un film sull’Odissea che verrà girato tra Roma e Capri. La sceneggiatura è storpiata, non ha più in sè l’idea del regista Fritz Lang (che interpreta se stesso), Paul si lascia manipolare dal produttore e sembra non accorgersi delle sue avances nei confronti della moglie. Iniziano le discussioni che non portano a nulla, Godard mostra solo piccoli assaggi che non fanno realmente comprendere cosa succede. I dialoghi sono interminabili e mai chiarificatori, l’equivoco si alimenta. Si parte da un dialogo iniziale ricco di amore, che pian piano si spegne e ne prendono il posto l’astio e il potere dei soldi (cresce la fama di Paul e crescono i compromessi che lui riesce ad accettare, come le avances del produttore verso la moglie).

La pellicola è da vedere e rivedere in lingua originale per apprezzare le inquadrature di Godard che esaltano la drammaticità, per la colonna sonora composta da archi (sostituiti da musica jazz nella versione italiana), per la discontinuità della lingua (la produzione italiana ha deciso di doppiarlo interamente): sembra di trovarsi in una moderna Babele in cui ognuno parla per sè e sembra non capire gli altri, in cui ognuno si guarda e si giudica per poi essere giudicato dal cinema. Non c’è nulla di nascosto nel cinema, si vive e si filma. Per lo meno nel cinema della nouvelle vague francese.

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